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TATTOO + ILLUSTRAZIONE: CECILIA GRANATA

Tatuatrice, illustratrice e, soprattutto, Donna! In passato è stata più volte ospite del nostro studio ora vive e lavora in California, ha fatto un libro di ricette tutte Vegane e noi dal canto nostro abbiamo deciso di intervistarla. Ecco a voi Miss Cecilia Granata.

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Ciao cara, benvenuta sul nostro blog! Partiamo subito con la tua carriera da tatuatrice, com’è essere oggi una donna e stare a contatto con il mondo del tattoo?
Essere donna è sempre un po’ più complicato, non solo perché siamo campionesse di seghe mentali e ansie improbabili, ma soprattutto perché esiste un tessuto sociale ancora fortemente strutturato sul modello patriarcale che si esprime attraverso linguaggi inappropriati (sottilmente avvilente, spesso offensivo, condiscendente o per usare una perfetta parola in inglese, “patronizing”) e in comportamenti più o meno gravi. Devo dire che ho iniziato a tatuare in un’epoca piuttosto aperta alla presenza femminile, anche se ancora prevalentemente maschile, quindi forse il mio discorso non riguarda nello specifico il settore del tatuaggio ma qualcosa di più generale. Il primo studio dove ho lavorato era frequentato da una clientela più che altro maschile e specificatamente legata al giro delle palestre. L’impronta era spesso e volentieri sessista, omofoba e razzista, espressa in discorsi, battute e opinioni allucinanti. Se devo trarre un giudizio però, devo dire che forse questa particolare espressione di machismo è quella che mi spaventa meno, in parte perché ridicola e umanamente avvilente per l’artefice più che per le destinatarie, in parte perché più riconoscibile e quindi gestibile (almeno nel contesto di uno studio di tatuaggi). Lo studio dove lavoro al momento è invece di proprietà di una donna, femminista radicale tra l’altro, e per la maggior parte al Sacred Rose siamo donne, streghe e sirene, quindi l’ambiente è rassicurante, rispettoso e stimolante. Karen, la proprietaria, è una tatuatrice della generazione precedente, che ha invece dovuto farsi strada con fatica per affermarsi e ottenere credibilità in questo ambiente. Leggevo recentemente un’intervista a Stephanie Tamez, altra grande artista della costa Orientale, in cui affermava qualcosa di molto vero che mi sento di citare: «I would say the disadvantage (of being a female artist) is that as a woman I have to work twice as hard to prove myself in a largely male- dominated field, and the advantages are that by working harder I have become a better tattoo artist.»

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Come mai la scelta di trasferirti in America, ad Albany di preciso, partendo da Verona? Come ti trovi a livello lavorativo negli States?
In effetti vivo e lavoro a Berkeley, non Albany, a poche fermate di metropolitana da San Francisco e sede delle prime rivoluzioni studentesche. Ho sempre girato molto, spostandomi da Verona, a Pavia, Milano, poi NY per l’università, nuovamente Milano e quest’ultima volta, nel 2013, ho semplicemente seguito mio marito e il suo lavoro in California. Non avevo un piano prestabilito ma ho presto trovato una nuova tattoo family al Sacred Rose Tattoo. La differenza con l’Italia per quanto riguarda il lavoro, è purtroppo evidente, e me ne rammarico molto perché per tutto il resto preferisco di gran lunga l’Europa. Le opportunità disponibili negli Stati Uniti sono davvero infinite, è sempre possibile re-inventarsi e avere successo. Scrivo proprio dalla culla del boom della start-up, dove con una buona idea, iniziativa e un po’ di tattica, puoi diventare miliardario a vent’anni. C’è da dire però che nelle professioni “tradizionali” il discorso è un po’ più controverso poiché non esiste praticamente alcun tipo di tutela, quindi è facile trovarsi senza lavoro da un giorno con l’altro. Ma è anche vero che è relativamente semplice trovarne uno nuovo, al contrario della disoccupatissima Italia.
Per quanto riguarda i tatuaggi in realtà l’unica differenza che percepisco davvero è nel rapporto più professionale che mi trovo ad avere con i clienti, abituati a un codice di comportamento più rispettoso, ad esempio non giocando al ribasso sul prezzo manco fossero al mercato. Quando lavoravo a Milano la battuta che girava quotidianamente in studio era «ma quanto me le fai al kilo le letterine?». Qui non mi sono mai trovata in una situazione neanche vagamente simile. Parlando di illustrazione invece, la differenza sta sicuramente nelle numerosissime opportunità, applicate a molti campi diversi (musica, cinema, editoria, skateboards, magazines, ecc) e nella retribuzione adeguata. Da’ la misura il fatto che ho trovato un editore per il mio libro nel giro di pochi mesi.
In generale gli USA sono una società piuttosto meritocratica anche se spietata; giocandosi bene le proprie carte è davvero possibile farcela non dovendo passare attraverso raccomandazioni e nepotismi, tristemente tipici del nostro sistema.

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Se dovessimo venirti a trovare cosa ci consiglieresti di vedere?
Balene, orsi e sequoie! La parte più spettacolare della California è la natura, varia, ancora selvaggia e davvero mozzafiato. Gli spazi incontaminati sono vasti, la fauna vive indisturbata e protetta. Le misure di tutela sono infatti molto rispettate, ci si rende perfettamente conto del valore infinito di questo patrimonio meraviglioso. Anche senza arrivare fino ai grandi parchi, semplicemente a 10 minuti da casa mia -e vivo in una zona assolutamente urbana- si estende una enorme distesa naturale dove è frequente incontrare coyote, cervi, procioni e addirittura una specie di puma! Per non parlare poi delle Balene, visibili a decine dalla costa nei periodi di migrazione. Un giro che consiglio a chi ci viene a trovare è il classico (ma sempre apprezzatissimo) San Francisco – Yosemite – Sequoia Park – Death Valley e poi lo scenografico ritorno passando dalla Highway 1, lungo una costa di grande effetto.
Le città sono invece mediocri, a cominciare da Los Angeles, che personalmente trovo inutile e insopportabile, fino a San Francisco, carina ma decisamente sopravvalutata, almeno negli ultimi anni. Il processo di gentrificazione dovuto soprattutto allo sviluppo delle grandi tech dagli stipendi stellari, ha incrementato il divario ricchi/poveri (già presente in questa cultura individualista e altamente privatizzata) in maniera esponenziale. Ha trasformato la città in una enorme tendopoli popolata di anime in pena dalle vene gonfie di meth e l’alito inquinato d’alcol. Il degrado è davvero spaventoso, il sistema Americano non prevede alcun tipo di assistenza, sanitaria o psicologica. I (numerosissimi!!!) malati di mente “molesti” non vengono ospedalizzati ma al massimo incarcerati. Interessante a proposito un documentario visibile su Netflix intitolato Skid Row.

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Oltre ad essere una tatuatrice sei anche illustratrice e hai all’attivo un libro tutto tuo di ricette vegane. Com’è stato il tuo viaggio all’interno dell’editoria?
A cominciare dalla laurea in Illustrazione nel 2007, ho sempre coltivato questo percorso parallelamente al tatuaggio. L’esperienza con l’editoria è nata ancora in Italia collaborando con Agenzia X su alcune pubblicazioni. Quando poi mi sono trasferita in California nel 2013, ho deciso di sottoporre un intero manoscritto, il mio ricettario illustrato, a una serie di case editrici. Il processo è stato davvero semplice: dopo una ricerca su misura per capire chi avrebbe potuto essere interessato al mio progetto, ho seguito le varie linee guida per proporre un’idea (reperibili sui siti internet di ogni casa editrice) e aspettato una lettera di risposta come nei film. Ho avuto successo con Microcosm, piccola casa editrice indipendente di Portland (Oregon), molto orientata su contenuti di matrice politica, etica e sociale. Una volta accettato il progetto e stabilito alcune piccole modifiche, il processo è stato molto fluido e spedito. La mia impressione, forse semplicemente suggerita dall’esperienza personale, è che l’editoria negli Stati Uniti sia un settore più vivace, accessibile, aperto, giovane e sicuramente meglio retribuito.

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Parlaci un po’ di Mama Tried, da dove nasce la voglia di fare un libro di ricette?
L’idea è nata quando ero ancora una studentessa di Illustrazione in università a New York, dalla mia ossessione per l’alfabeto e qualunque cosa in ordine alfabetico; decisi quindi di usarlo come base per uno dei miei progetti artistici. Il processo creativo comincia generalmente dalla selezione di un tema, un argomento che ci interessa per qualsiasi motivo, e da li inizia un’esplorazione volta a tradurlo visivamente secondo varie linee guida autoassegnate. A quanto pare una delle cose che mi interessavano maggiormente era il cibo, il che mi pare più che legittimo, e questo di base era l’intero concetto: avrei realizzato una collezione di ricette – vegane -, perché avevo un messaggio, – Italiane – perché non si sbaglia mai col cibo Italiano, – illustrate -, perché da qualche parte nel mio progetto artistico dovevo tutto sommato infilare dell’Arte, e in ordine alfabetico, in modo che ogni capitolo fosse una lettera e contenesse solo ricette il cui titolo iniziasse con quella lettera. Il che ovviamente non lo rende particolarmente tradizionale o logico, ma evidentemente all’epoca decisi di dare più credito al mio lato creativo piuttosto che al mio lato razionale di persona che sta scrivendo un libro, e questo è il risultato. Dunque l’idea di fatto era semplicemente di combinare due delle cose migliori della vita, arte e cibo (naturalmente ne manca una ma sono riuscita a coprirla: un intero capitolo del libro è dedicato a ricette afrodisiache!). Inizialmente non si trattava di tattoo flash ma di semplici illustrazioni ma, a un certo punto, mi sono resa conto di quanti broccoli e carote mi capitava di tatuare: posizionandomi come tatuatrice Vegan, in molti si rivolgevano a me per un tatuaggio a tema animalista o semplicemente un tatuaggio senza “ingredienti” animali, proprio come per il cibo. Mi sono resa conto che veganesimo e tatuaggi forse non sono due mondi così distanti come si potrebbe pensare, e ho deciso di sfruttare l’iconografia fresca e intrigante dei tatuaggi per illustrare il mio progetto.

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Qual è il menù ideale per portarti a cena fuori?
Da quando sono tornata negli Stati Uniti penso che basterebbe una qualsiasi pizza marinara, purché cucinata su suolo Italiano, seguita a ruota da un caffè come si deve.

Se fossi un quadro, di qualsiasi epoca e periodo, quale saresti?
Che domanda difficile, così tante variabili! Nonostante ami la perfezione stilistica Rinascimentale, trovo difficile immaginarmi protagonista di un quadro dell’epoca. Come donna, mi troverei infatti o esposta nuda e ammiccante per il puro usufrutto dello sguardo maschile, oppure nei panni di una improbabile Madonna, e nonostante la mia passione per l’arte sacra, non mi sembra decisamente il caso. A meno che non pensiamo alla coraggiosa Artemisia Gentileschi e dunque, in certi giorni, soprattutto nei pressi della luna piena, non mi sentirei affatto a disagio nei panni di una sanguinaria Giuditta! Ma tutto sommato se mi devo immaginare in un quadro, mi vedo di spalle a contemplare il Sublime spettacolo della Natura in un’opera di Caspar David Friedrich.

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Cosa ascolti quando lavori?
Tutto ciò che posso cantare e ballare, quindi da Linoleum a Bette Davis Eyes, passando per i mantra di Nina Hagen, Billy Idol e De André. Negli Studi in cui ho lavorato sono tristemente famosa per rovinare la giornata a tutti col mio svergognato karaoke. E mi infastidisco pure se mentre tatuo non riesco a muovermi a tempo! Ultimamente in realtà sto ascoltando svariati podcasts mentre disegno a casa. Uno tra i preferiti, Death Sex & Money.

E infine manda un tuo personale saluto ai nostri lettori.
Vi ringrazio per l’interesse, se ne avrete voglia ci vedremo l’estate prossima in Italia per una serie di eventi culinari a presentazione del mio ricettario, qualche mostra e naturalmente tanto inchiostro sottopelle.

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www.ceciliagranata.com

Guest: CREZ + MANEKISTEFY

Siamo lieti di annunciare che dal 27 al 28 Gennaio 2017, Crez e Manekistefy saranno nuovamente ospiti del nostro studio. Per conoscerli un po’ di più gli abbiamo fatto una breve intervista. Buona lettura!

Tre aggettivi che definiscono il vostro stile.
Giapponese, tradizionale, elegante.

Tre aggettivi per il The Ten Bells.
Accogliente, bell’ambiente, stimolante.

Tre aggettivi per Roma.
Gigante, meravigliosa, caotica.

Per prendere appuntamento con loro contattateci tramite i nostri riferimenti.

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Guest: MASSIMO GURNARI

Siamo lieti di annunciare che dal 18 al 21 Gennaio 2017, Massimo Gurnari sarà ospite del nostro studio. Per conoscerlo un po’ di più gli abbiamo fatto una breve intervista. Buona lettura!

Tre aggettivi che definiscono il tuo stile.
Lineare, pulito, differente.

Tre aggettivi per il The Ten Bells.
Professionale, complice, caffe e sigarette (licenza poetica ahah).

Tre aggettivi per Roma.
Caotica, tradizionale, a volte tutto troppo.

Per prendere appuntamento con lui contattateci tramite i nostri riferimenti.

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Guest: ALESSANDRO FLORIO

Siamo lieti di annunciare che dal 10 al 13 Gennaio 2017, Alesandro Florio sarà nuovamente ospite del nostro studio.

Per prendere appuntamento con lui contattateci tramite i nostri riferimenti.

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IN MOSTRA: TRANS-SI

Presso la Galleria Parione9 è possibile visitare fino all’8 gennaio 2017 la mostra, a cura di Rossana Clabi, dal titolo TRANS-SI dell’artista Gerlanda di Francia in collaborazione con il musicista Luca Tomassini.

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Il progetto prende forma dopo aver affrontato la Transiberiana, quell’affascinante itinerario dalla vecchia ferrovia di Kotelnich alle industrie di Perm ed Ekaterinburg, dal polo culturale di Novosibirsk fino a sfociare oltre il confine degli Urali, nei paesaggi asiatici prossimi alla Manciuria.

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Le melodie di Luca Tomassini danno inizio a quella lunga attesa che è il Si bemolle in musica, metafora del lungo viaggio, in cui lo spettatore diventa anche passeggero dei vagoni-scatola di Gerlanda Di Francia, piccole opere tridimensionali che custodiscono visioni immaginifiche dal finestrino di un treno.

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Infatti bisogna percorrere oltre 9000 chilometri per arrivare al capolinea di Vladivostok, il Do centrale: la fine della nostra traversata. Quei 9000 chilometri sono il silenzio che ci accompagna mentre scriviamo le cartoline che spediremo a chi ci ha salutato alla partenza e che al nostro ritorno ci troverà cambiati.

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Info
Galleria Parione9
Via di Parione, 9 – Roma
www.parione9.com

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FANZINE: FAME

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«Roma, Roma, Roma, core de ’sta città…», di sicuro Roma è il cuore di prolifiche realtà creative, soprattutto indipendenti, che nella loro guadagnata libertà riescono a dare corpo a progetti solidi e ben riusciti.
È il caso di FAME fanzine che nasce dalla mente di due bravissime illustratrici: Irene Rinaldi (aka Yo Irene) e Alessandra de Cristofaro. La fanzine è al quarto numero ed è, come il titolo suggerisce, dedicata interamente al Cibo interpretato di volta in volta da artisti che assecondano il tema portante. FAME è una fanzine dal carattere volutamente anni ’90, le sue pagine non strizzano l’occhio alle patinature dell’ultima ora anzi, FAME, vuole sfatare in modo quasi blasfemo il concetto Cibo e lo fa dedicando ogni singolo numero a chi con il «cuore cicciottino» sa leggere e interpretare gli infiniti moti della fame intesa, ovviamente, in ogni senso possibile.
Con Irene e Alessandra abbiamo chiacchierato un po’ del progetto.

8:30 COLAZIONE
Magia alimentare o alimentare la magia?
La magia dell’alimentari

Un deserto di parole o una mareggiata di visioni?
Il progetto di FAME nasce dalla mente di due illustratrici, quindi siamo senz’altro legate al mondo delle immagini e volevamo che la fanzine avesse un determinato impatto estetico. È venuto naturale poi inserire dei contenuti scritti, coinvolgendo non soltanto illustratori ma anche chef, giornalisti e amici che fossero buone forchetteQuando chiediamo un contributo, lo facciamo invitando spesso chi collabora a sentirsi libero di proporci cose diverse dal suo campo d’azione abituale, vorremo che gli chef facessero fumetti e gli illustratori ci scrivessero ricette, che i giornalisti facessero foto e i fotografi disegnassero. Per ora non è mai successo ma quello che ci interessa non è collezionare immagini tenute insieme da un titolo unico, ma sentire la voce e l’interpretazione del tema delle persone che partecipano al numero, che sia attraverso le immagini o le parole diventa quindi solo una formalità (o una questione di qualità, non ricordo più bene).

13:30 PRANZO
Il tema è importante o portante?
Il tema è portante. Si parte dal cibo e dal concetto di appetito, accostandolo in ogni numero a una tematica diversa. Ad esempio nel numero tre il cibo è stato accostato alla magia e alla superstizione (da qui il titolo Cornetti), nei numeri precedenti l’associazione è stata ai viaggi (Trip) e ai ripensamenti (Rimorsi). Ci piace il cortocircuito che si crea associando il tema del cibo con altri concetti, è un input che serve a chi partecipa a riflettere su un aspetto insolito del cibo e quindi a far emergere una visione nuova e nuove idee. Inoltre serve a noi per capire chi contattare: una volta deciso il titolo iniziamo a pensare a quali persone potrebbero tirare fuori un buon contributo partendo da quel concetto, le più adatte e quelle di cui ci interessa il punto di vista proprio su quel tema. Questo perché seguiamo tanto e volentieri il lavoro dei colleghi e ci interfacciamo spesso con persone che scrivono o che amano farlo. Valutando bene chi chiamare poi possiamo lasciare libero chi collabora di proporci quello che vuole e questo ci regala contributi che ogni volta ci sorprendono: i voli pindarici ci piacciono quasi quanto le pizzette rosse. Questa impostazione anarchica dove chi collabora può proporre quello che vuole, funziona proprio perché in realtà la nostra direzione da caporedattori, o per meglio dire da capotavola, si svolge solo a monte nella scelta della persone. Ogni numero è differente, ogni volta ci sono nuovi invitati, il tema rimane il cardine intorno al quale far girare tutto, ma in effetti la forza portante sono le persone che disegnano, scrivono e cucinano per Fame.

Carbonara vegana o polenta nostrana?
Questa potrebbe essere benissimo la domanda di uno dei nostri test creati da Sara Dal ZottoNoi vorremmo uscisse il profilo Polenta nostrana, perché sicuramente suona più sincero. Con tutto il rispetto per i vegani (qui parlano due vegetariane) ma nella carbonara se non ci metti il guanciale e l’uovo non è una carbonara, come la birra analcolica o l’erba finta… sono cose che non ci appartengono. La sincerità e la spontaneità sono sicuramente i tratti che cerchiamo nella nostra fanzine: è essa stessa un mezzo essenziale e diretto, che vuole per natura essere semplice. Poi la polenta è anche una base che puoi condire come vuoi… e sale la salivazione solo a pensare ai sughetti buoni con cui la puoi accompagnare… e questo è molto affine al modo in cui abbiamo impostato FAME, ovvero una base che può essere condita in maniera diversa. Una struttura solida ma elastica, a volte sugosa a volte alla piastra… oddio che buona la polenta!!!

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18:30 APERITIVO
L’appetito vien mangiando o lottando?
Fame è nata per mettere insieme le cose che ci piacciono e le persone che stimiamo, come quando si organizza una cena, Fame ha lo stesso spirito conviviale e lo stesso appetito. Nasce da una necessità, come tutta l’autoproduzione, poi ovviamente serve la determinazione per portare avanti un progetto e cercare di farlo al meglio. Ci siamo fatte una promessa, che è quella di lasciare che FAME rimanga un progetto di sfogo e rilassato, qualcosa da fare per noi e non per gli altri (casomai con gli altri). FAME non è fatto per guadagnare o per piacere, non è fatto per diventare famoso. Nasce dall’urgenza che ci spinge a realizzare quello che abbiamo in mente, quello che abbiamo immaginato. Ovviamente più si va avanti e più le idee si sviluppano e si evolvono. FAME è proteso verso il futuro e come a tavola parliamo di cibo mentre mangiamo, così mentre prepariamo un numero parliamo già di quello successivo.

Siesta o fiesta?
In realtà in mezzo a tutta questa festosa casualità, da parte nostra c’è una certa serietà nell’affrontare il progetto e il dovuto impegno. Certo, è la solennità del prendere il tè con le bambole, offrendo biscotti di plastica, sorseggiando l’aria e girando nelle tazzine zucchero inesistente, ma parafrasando Pirandello, se FAME è il nostro palcoscenico, noi lì giochiamo a fare sul serio. Quindi insomma, prima fiesta e dopo siesta.

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20:30 CENA
È il peso che conta o conta la spesa?
Se autoprodursi significa ritagliarsi uno spazio nel mondo e che te lo costruisci da solo (perché paghi tu e quindi decidi tu) allora siamo dell’idea che vale fare quello che si vuole e come si vuole. Significa essere liberi ed è in qualche modo un atto politico, per questo di solito viene assimilato al mondo della controcultura. Fare autoproduzione vuol dire anche fare un investimento alla cieca quindi è fondamentale credere in quello che si sta producendo. Per quanto ci riguarda l’investimento su Fame è proporzionale al tempo che possiamo dedicargli e il prezzo della vendita è finalizzato esclusivamente alla stampa del numero successivo. Volevamo un prodotto che comunicasse qualcosa che secondo noi fosse interessante da condividere, informazioni, riflessioni, cose che ci fanno ridere. Fame infatti è sicuramente una lettura ricreativa e disimpegnata che a modo suo fa un po’ il verso a Cioè, a supporto di chi come noi ha 30 anni suonati ma probabilmente non ha mai superato con successo l’adolescenza. Non ci aspettavamo tanto interesse e riscontri così positivi: in tanti ci scrivono per collaborare e acquistare i numeri, che infatti sono tutti sold out, compreso l’ultimo che è finito davvero in tempi record.

Di pancia o di testa?
Tutto parte dalle testa ma poi si esprime attraverso la pancia… tocca fa na citazione perché Thoreau l’ha detto meglio “L’intelletto è impotente a esprimere il pensiero senza l’aiuto del cuore, del fegato e di ogni organo”. C’è sicuramente tanto pensiero all’inizio, prepariamo il menù con cura accostando bene gli ingredienti, poi però ci lasciamo andare all’istinto e quello che esce fuori esce fuori. Dopo la ricerca iniziale e il lavoro concettuale di base il resto è pura improvvisazione, prima di tutto perché non sappiamo cosa ci sarà nel numero fino a che non riceviamo  le email di chi abbiamo chiamato a collaborare, e poi perché ci facciamo sempre prendere la mano e fino all’ultimo inseriamo contenuti o cambiamo le carte in tavola… insomma facciamo in modo che il processo di costruzione della fanzine rimanga sempre divertente e libero.

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23:30 SPUNTINO
Bomba o non bomba voi arriverete a…?
Al prossimo numero, che si chiama Bad Taste, e già stiamo pensando ai prossimi tre numeri, nel senso che abbiamo pronti i titoli e gli argomenti, però FAME è aperiodica e con uscite completamente casuali perché dipende tutto da quanto tempo riusciamo a dedicare alla fanzine. Tra le idee che abbiamo c’è anche quella di creare qualcosa che sia un punto di incontro tra una serie di interessi, dal cibo appunto alla stampa e al diy in genere, quindi non escludiamo che presto i supporti possano espandersi e non essere più soltanto cartacei. No, non faremo dei centrotavola a punto croce… non a punto croce almeno…

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Fame o fama?
Noi lo facciamo per FAME.

WEB famefanzine.tumblr.com
issuu.com/famefanzine

MUSICA: STRENGTH APPROACH

«Per me vivere hardcore è vivere con una certa integrità» è così che Alessandro Blasi, fondatore del noto gruppo hardcore romano Strength Approach, ci risponde a una delle domande di questa intervista. Sulla scena da 20 anni e con una miriade di concerti sulle spalle abbiamo deciso che era veramente il caso di dare voce a un gruppo che ha fatto parte della storia musicale della nostra benamata Capitale. Augurandogli di cuore di continuare sempre così come sono e suonano!

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Ciao Alessandro, partiamo con le presentazioni…
Ciao a tutti! Mi chiamo Alessandro e sono la “voce” degli Strength Approach in tutti i sensi. È sempre difficile presentarsi a pubblico che non ti conosce senza risultare banale ma per evitare di dilungarmi su quelle che sono le mie molteplici attività legate alla band e non solo credo sia giusto introdurre anche le persone che insieme a me fanno parte del gruppo: Alessandro (bassista), Gianmarco (chitarra) e Luigi (batteria). Sicuramente 4 teste differenti che nonostante tutto riescono a portare avanti questa avventura musicale in giro per il mondo da 20 anni con tanta passione e dedizione a dispetto di tutte le mode che si sono susseguite in questo nostro ambiente e non solo.

Parliamo del tuo gruppo gli Strenght Approach, partendo prima dalla scelta del nome… ci puoi raccontare i retroscena?
Domanda difficilissima! In qualche maniera sono stato obbligato a scegliere un nome e al tempo mi sembrava un nome molto aggressivo che rispecchiasse la voglia di “oppormi” a tutto quello che mi circondava. Negli anni non ho di certo abbassato il tiro ma posso dirti con il senno di poi che avrei potuto scegliere un nome migliore e soprattutto più facile per tutti i promoter che puntualmente si sbagliano e riportano il nostro nome in maniera errata.

Parliamo invece proprio del gruppo, attivo da anni sulla scena, cosa è cambiato rispetto al passato nella nostra città?
Come già detto il gruppo e’ attivo da 20 anni e in tutti questi anni siamo stati in grado di raggiungere degli obiettivi che non avrei nemmeno immaginato. Questo gruppo ci ha permesso di girare il mondo letteralmente e di incontrare tante persone che oltre a considerare amici considero una vera e propria famiglia estesa in ogni angolo del globo. Per quanto riguarda la nostra città molte cose sono cambiate ma in definitiva Roma è sempre lo specchio – a volte distorto – di quello che cambia nel panorama mondiale per quanto riguarda la musica hardcore e non solo. Sicuramente abbiamo avuto momenti migliori a livello di coinvolgimento ma di certo non mi lamento e spero sempre che le nuove leve prendano la strada giusta senza demoralizzarsi.

Che significato ha per te la parola Hardcore?
Altra domanda difficile :-) provare a descrivere il significato della parola hardcore è descrivere la proprio vita e l’approccio che si ha a tutto quello che ci circonda 24 ore al giorno. Per me vivere hardcore è vivere con una certa integrità e senza accettare determinati compromessi solo per ottenere il consenso di chi ci circonda e per quello che mi riguarda non è un qualcosa che mi vivo 8 ore al giorno o solo quando sono in tour ma è quel qualcosa che mi definisce e mi motiva giorno dopo giorno a non mollare mai e soprattutto a rimanere positivamente incazzato nei confronti di quello che mi circonda.

Da cosa (o da chi) trai maggiore fonte di ispirazione?
Dalle persone che stimo… dai miei amici… loro sono i miei eroi e grazie a questi esempi positivi cerco di essere una persona migliore ogni giorno lasciandomi ispirare dai piccoli gesti. Se poi parliamo di ciò che ispira le nostre canzoni non mi stancherò mai di dire che la vita quotidiana – nel bene e nel male – rappresenta una forte ispirazione nello scrivere e onestamente non riesco a limitarmi ad un determinato argomento ma cerco di parlare di tutto ciò che mi colpisce utilizzando la mia prospettiva per dare una chiave di lettura a chi ascolta e magari qualche spunto di riflessione su argomenti che reputiamo importanti.

Cosa ascolti per rilassarti?
Devo dire che passando tutta la giornata in negozio è difficile che ascolti solo hardcore… anzi a dirla tutta ascolto poco hardcore e spazio dall’hip hop a quello che letteralmente passa la casa a livello di ascolti. Se poi dovessi scegliere un gruppo nello specifico ti direi i Beatles al momento :-)

E, invece, per caricarti a pallettoni?
Per caricarmi a pallettoni ascolto i classici con i quali sono cresciuto… Madball, Sick Of It All e anche il nostro nuovo album che è stato prodotto proprio dal chitarrista dei Madball e di cui vado molto fiero perché testimonia 20 anni di carriera della band.

Finisci questa frase per noi: Just a perfect day Drink Sangria in the park And then later…
Have some ethiopian food and chill… ahahahahha

Manda un tuo saluto ai nostri lettori.
Grazie ancora per l’interessamento e ricordatevi che la differenza ai concerti non la fa il gruppo on stage ma il pubblico che partecipa e vive attivamente il momento del concerto. Anche questo in fondo e’ hardcore 😉

Guest: NICOZ

Siamo lieti di annunciare che dal 19 al 31 dicembre 2016, Nicoz sarà nuovamente ospite del nostro studio.

Per prendere appuntamento con lei contattateci tramite i nostri riferimenti.

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FASHION: FHATE OFF

La domenica pomeriggio è sempre un po’ ostica, voglia di uscire pari a zero… può capitare però di decidere di imbarcarsi alla volta del Vintage Market di turno per fare un po’ di shopping e sentire buona musica. Ed è proprio a una edizione del Vintage Market che abbiamo incontrato le ragazze del brand Fhate Off: Toppe meravigliose realizzate con dedizione e notevole stile, per questi due (buoni) motivi abbiamo deciso di intervistarle!

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Partiamo subito con le presentazioni e: “chi fa cosa” all’interno del duo?
Siamo Fara e Federica e che dire… La realtà è che facciamo entrambe tutto e niente, soprattutto nei periodi in cui abbiamo più richiesta cerchiamo di dividerci equamente gli ordini da fare in base più che altro a chi NON ha voglia di cucire cosa piuttosto che il contrario. Non c’è una gerarchia tra di noi, ognuna sviluppa le idee che le vengono in mente autonomamente e ci consultiamo solo per le pubblicazioni sui social che entrambe odiamo fare e che quindi tentiamo di dividerci il più possibile.

Da dove nasce il nome Fhate Off?
Il nome Fhate Off nasce da una pesca in un cappello con all’interno una ventina di bigliettini con nomi (im)probabili suggeritici dai nostri amici. All’inizio voleva avere un sacco di significati ma alla fine non vuol dire nulla anche se, con il passare del tempo, ognuno lo ha interpretato un po’ come voleva e noi ne abbiamo approfittato per dare un senso a un nome che in realtà non ne aveva.

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Parlateci un po’ di tecnica e quando avete imparato a cucire (così bene!)?
La nostra tecnica è: Divano, Netflix, ago, filo e frustrazione. Veniamo da percorsi diversi ma siamo entrambe autodidatte, abbiamo imparato rubando con gli occhi i segreti del mestiere alle nostre nonne e col tempo e l’esperienza abbiamo affinato la tecnica a discapito delle nostre diottrie. Fondamentalmente ci piace molto sperimentare, passiamo senza senso alcuno dalla macchina da cucire ad ago, filo e forza di volontà e siamo sempre alla ricerca di materiali e metodi “innovativi”.

Quali sono le maggiori fonti di ispirazione?
Non essendo persone particolarmente solari esprimiamo semplicemente le nostre sensazioni sul mondo (che a quanto pare vengono condivise da molti), ricamiamo tutto quello che ci piace o che odiamo, quello che nella vita ci ha segnato come Sloth, una delle nostre prime toppe, le icone del nostro passato e del nostro presente, passando dalle cose più stupide a quelle più “impegnate”. Non c’è una vera fonte di ispirazione, facciamo tutto quello che ci passa per la testa, e poi sì, guardando i nostri lavori è abbastanza chiaro che ci fanno schifo i tatuaggi, soprattutto tradizionali.

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Cosa ascoltate quando lavorate?
Veniamo da ambienti molto diversi quindi per non fare torto a nessuno quando cuciamo insieme ascoltiamo tutto quello che ci accomuna e che in presenza di altri non ascolteremmo mai: Britney Spears, Gwen Stefani, le Spice Girls, Beyoncè e i 666..

Sempre in ambito lavorativo: qual’è stata la vostra più grande soddisfazione?
La nostra più grande soddisfazione è stata quella volta in cui tramite Facebook ci ha contattato Gipi per delle toppe custom inerenti al suo gioco di ruolo “Bruti”. Lavorare su un disegno di un artista che stimiamo è stato molto stimolante nonché gratificante. Degno di nota però è il sessantenne che durante un mercato ci comprò una toppa con scritto MNNGGCRST senza battere ciglio. So’ soddisfazioni.

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Dove possiamo trovarvi?
Per ora non abbiamo un luogo fisico, ci trovate su tutti i social e con un’attitudine decisamente antisocial in molti mercati della capitale.

E infine mandate un vostro saluto ai nostri lettori :)
Dal profondo dei nostri cuori.
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Guest: KELU

Siamo lieti di annunciare che dal 13 al 17 dicembre 2016, Kelu sarà nuovamente ospite del nostro studio.

Per prendere appuntamento con lui contattateci tramite i nostri riferimenti.

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